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Nicola Vaccaj
Nacque a Tolentino il 15 marzo
del 1790. Dopo aver seguito gli studi classici, a 17 anni si trasferì a Roma per
seguire a Santa Cecilia la sua passione per la musica. A Santa Cecilia si
diplomò nel 1811, poi si trasferì a Napoli per perfezionarsi con il grande
Paisiello, ed al "Nuovo" di Napoli debuttò nel 1815 come compositore con l’opera
"I solitari di Scozia", che riscosse buon successo.
Il lusinghiero debutto lo convinse a trasferirsi altrove alla ricerca di
fortuna. Fu così a Venezia, dove all’attività di compositore affiancò quella di
insegnante di bel canto per le migliori famiglie dell’aristocrazia locale.
Esercitando tale doppia attività fu successivamente a Trieste, in Austria, e
infine a Milano con l’incarico di censore al Conservatorio. Nel 1824 furono
rappresentate, ancora con lusinghiero successo, al "Regio" di Parma l’opera
semiseria "Pietro il Grande" e al "Carignano" di Torino "La pastorella
feudataria". Seguirono, sempre con successo, le prime di "Zadig e Astartea" al
"San Carlo" di Napoli, "Bianca di Messina" al "Regio" di Torino e, infine,
quello che gli viene riconosciuto come il suo capolavoro, "Giulietta e Romeo".
Scritta su libretto di Felice Romani in seguito ad una delusione amorosa, fu
data a Milano nel 1825. Secondo la tradizione una parte dell’opera fu manipolata
ed usata ne "I Capuleti e Montecchi" di Bellini.
Ultimo portavoce della tradizione della scuola musicale napoletana, Vaccaj
soffrì il confronto con la "nuova generazione" che con Bellini, Rossini,
Donizetti, inaugurava una nuova stagione della lirica italiana. Se ne andò così
prima a Parigi, poi a Londra dove attese con successo all’attività di maestro di
canto. Nel 1834 pubblicò il suo "Metodo pratico di canto italiano per camera",
ristampato ancora a Parigi e Milano, un testo che per decenni fu basilare
nell’insegnamento del bel canto.
Tornato in Italia, si sposò ed iniziò la sua attività nel Conservatorio di
Milano, dedicandosi principalmente alla riorganizzazione della classe di canto,
sempre seguendo gli schemi della scuola napoletana. Ritiratosi a vita privata
morì a Pesaro il 5 agosto 1848.
Vasta la sua produzione giunta fino a noi, e di recente valorizzata: 17 le
opere, molti i balletti, le cantate, la musica sacra. In particolare centinaia
le arie e le cantate a forma di romanza.
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